La trattazione di un linguista democratico
Caro lettore, porto alla tua attenzione Linguistica elementare di Tullio De Mauro, pubblicato nel 1998 da Laterza. A proposito del campo della linguistica, nella prefazione De Mauro scrive:
«È cresciuto e cresce il numero di quanti desiderano iniziarsi ad esso, alle sue conoscenze e alle sue tecniche. Non è una crescita soltanto quantitativa. Sono persone che operano in settori qualitativamente differenziati della cultura quelle che desiderano approdare alla linguistica. Un nudo elenco, anche sommario, anche lacunoso, è importante: studiosi e teorici della letteratura, traduttori, teorici della traduzione, filologi delle più varie filologie, studiosi e insegnanti di lingue e anzitutto delle lingue nazionali, studiosi di scienze dell’educazione, studiosi di etnologia, antropologia culturale, demografia e sociologia, storia politica, sociale e culturale, filosofi attenti al linguaggio, giuristi, logici, psicologi e psicoterapeuti, logopedisti, medici, neurologi, biologi, informatici e il vasto e composito esercito di quanti operano nell’informazione, nella trasmissione della cultura, nella formazione e nei più diversi rami dell’insegnamento.»1
E poi, come definizione di linguistica, nel primo capitolo:
«materia di studio della linguistica è l’insieme degli usi endofasici e degli usi esofasici (produttivi e ricettivi, scritti e parlati) delle parole. Tutti questi usi sono documento e risultato della attività verbale degli essere umani, cioè della loro capacità e abitudine di mettere in parole le loro esperienze. Possiamo quindi dire anche più brevemente: materia di studio della linguistica è l’attività verbale degli esseri umani.»2
Il libro di Tullio De Mauro, benché abbia scopo divulgativo – in quarta di copertina, infatti, la nota relativa al contenuto del libro presenta Linguistica elementare con le parole “ciò che di essenziale c’è da sapere su lingua e linguaggio, esposto in forma chiara e accessibile a tutti” – rimane comunque un libro più da studio che da semplice lettura, e quindi non riassumibile senza spiegare l’intera materia trattata in modo sintetico ma comunque prolisso.
Per raccontarlo scelgo allora una breve e personale selezione dei passaggi che riescono ad essere tanto scientifici quanto divulgativi – per dare un’idea.
«Per limitarci a parole dell’italiano d’oggi, grazie all’etimologia possiamo distinguere nel lessico italiano questi sei gruppi: […] 3) gli esotismi o prestiti adattati: oltre i latinismi del punto 2, sono le parole entrate in italiano, spesso in fase antichissima, già nel Medioevo, provenendo da altre lingue; (a) lingue romanze: per esempio gioia viene dal francese antico joie (che risale al latino gaudia: che se fosse stato ereditato direttamente dall’italiano, dovrebbe suonare *gozza!)»3
«il vocabolario di base di una lingua. Esso include, al suo centro: 1) il vocabolario fondamentale, cioè l’insieme di quei lessemi (tipo a, di, il, facciamo, andare) che, ricorrendo ciascuno con grandissima frequenza in tutti i discorsi, coprono in media più del 90% di qualunque testo, fino al 94 o 95% dei testi più semplici e, come limite inferiore, intorno all’80% dei testi specialistici; in italiano si tratta d’un insieme di circa 2.000 lessemi; essi sono largamente noti a qualunque interlocutore della comunità italiana con istruzione almeno elementare e, naturalmente, sono ben noti anche a chi ha un più alto livello di istruzione; in complesso, dunque, in Italia sono noti a circa il 90% della popolazione»4
«Una stessa frase, dunque una frase con uno stesso significato, ammette di determinarsi in tipi di sensi profondamente diversi a seconda della situazione enunciativa, costituita dal contesto situazionale, cioè dalle circostanze in presenza, e dalla pragmatica, cioè dalla strumentalità o finalità con cui e per cui la frase è realizzata e compresa. Esaminiamo una frase assai semplice: C’è una porta, qui. […] Nel caso (i) una frase con senso equivalente può essere (i’a) La struttura muraria presenta una discontinuità adatta a inserirvi gli stipiti e i battenti di una porta; […] In (i’’’) la (i) può essere sostituita con (i’’’a): Gentili signori, ho freddo, sono reduce da un’influenza, qui c’è un po’ di corrente, sono italiano e presagisco quelli che in italiano si chiamano colpi d’aria; tutto ciò considerato, vi dispiacerebbe se chiudo quella porta aperta ovvero vi incomoda troppo farlo voi stessi?»5
Ti consiglio questo libro se: per lavoro o per semplice piacere, vuoi capire a quali potenziali incomprensioni si è esposti quotidianamente nell’uso produttivo e ricettivo della lingua italiana, e di ogni lingua, quando non si riesce a padroneggiare la sua complessità; se vuoi immergerti nella lingua italiana scomponendola in ogni sua parte, per ritornare poi alla superficie delle parole e delle frasi pronunciandole e ascoltandole come se ti trovassi in contemplazione estatica davanti a un paesaggio mai visto; se vuoi sciogliere la lingua, restituendola alla facilità del suo utilizzo attraverso una lettura non immediata.
L’incontro con la scrittura di Tullio De Mauro in Linguistica elementare ti regalerà il piacere di un’esposizione lineare, piacevole e divertita di un argomento specialistico.
«Altra importante forma di variabilità è quella diastratica: i diversi strati sociali di persone usano una stessa lingua in modi diversi: pronunzie, apparati morfologici, sintassi e vocabolario risentono fortemente della diversa collocazione sociale, del diverso livello di istruzione dei parlanti.
Le variazioni diafasiche sono quelle correlate ai diversi tipi di discorso e di testo producibili con una lingua: una conversazione tra amici, e una conferenza, un trattato scientifico, una lettera commerciale e una lettera privata si riferiscono a uno stesso argomento utilizzando parti spesso assai diverse del vocabolario e diverse strutture sintattiche.
Le variazioni diamesiche sono invece quelle dipendenti dalla diversità del mezzo di cui ci si serve: qui si collocano le grandi differenze rilevabili tra uso parlato e uso scritto di una lingua, tra uso vis-à-vis o face to face e uso a distanza (radiofonico, televisivo ecc.)
Una stessa persona usa la stessa lingua secondo modalità diverse, che vanno dall’uso privato, familiare, locale, informale (tale cioè che la forma linguistica deve fare appello in misura massima al contesto situazionale), all’uso più impersonale, pubblico, sregionalizzato, formale (tale cioè che il massimo di informazioni sia veicolato dalla forma linguistica e solo da questa).»6
Una piccola confidenza: “gli spaghetti del tre vogliono il formaggio”.
1 Tullio De Mauro, Linguistica elementare, Editori Laterza 1998, p. VI.
2 Ibi, p. 7.
3 Ibi, p. 72.
4 Ibi, p. 78.
5 Ibi, p. 85.
6 Ibi, p. 107.



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