Il racconto senza tempo di un linguista democratico.
Caro lettore, porto alla tua attenzione Parole di giorni lontani di Tullio De Mauro, pubblicato nel 2006 da Il Mulino nella collana “Intersezioni”. L’autore, con una narrazione autobiografica e intima, ci svela la sua iniziazione alla linguistica, nei giorni della sua infanzia.
«A vergogna del mio mestiere e delle lunghe esperienze di parlante, leggente e scrivente, devo dire che in settant’anni non ho trovato parola migliore del napoletano (s)ciaccata per indicare insieme atto, strumento, bersaglio ed effetto di una pietraia-sassata. In casa, come ho detto, l’impegno era parlare italiano. Ma il dialetto mareggiava da ogni lato e in certi casi penetrava a forza (è il caso di dirlo) nel nostro lessico famigliare, specie là dove il lessico italiano, come accadeva e ancora in piccola parte accade, presentava qualche vacuum lessicale.»1
«Più o meno nello stesso tempo, seduto al tavolinetto che già dalla casa precedente mi era stato dato per fingere prima, poi davvero per scrivere e studiare, leggevo il libro di lettura di seconda. C’era scritto : “È autunno. Sciamano le foglie”: Sciàmano? Magari sciamàno? E che vuol dire? Potei chiederlo a mia madre […] Alcuni anni dopo un maestro lodò un mio compito di casa. Da uno degli ultimi banchi – in classe eravamo quasi cinquanta – si levò una voce sarcastica: “Per forza, a De Mauro i compiti glieli fa mammina”. […] Mi offesi terribilmente: i compiti li facevo da solo, perbacco! […] Non capivo quanto l’apporto indiretto e d’ogni giorno dei miei mi sostenesse appunto ogni giorno, in ogni compito e problema, più forte di ogni mia inettitudine. Ma quanti ancora oggi capiscono quel senso e quelle ragioni? E quindi quanti capiscono il compito terribile che ha una scuola che non sia notaia di disuguaglianze culturali, ma promotrice di eguaglianza?»2
In apertura al libro, nella premessa, Tullio De Mauro spiega come sia arrivato a questa pubblicazione, cioè raccogliendo appunti e appunti delle memorie “dei primi anni di inciampi, scacchi e, talvolta, vittorie sulla lunga strada dell’apprendimento e della comprensione delle parole”. Distingue quindi da subito come, nella memoria, le parole si depositino a strati; all’inizio come suono e immaginazione, poi con il significato dato dagli adulti e dal contesto culturale, e infine, nell’età adulta per reale comprensione – con la consapevolezza della stratificazione avvenuta, e la scelta del loro utilizzo.
«Anche i miei fratelli concorrevano alla mia educazione letteraria. Paziente, mia sorella Rosetta passava ora a leggermi il “Corriere dei Piccoli”; ma anche di quello che stava studiando a scuola. Era innamorata di Pascoli […] Chi fosse questo Leopardi cominciai a scoprirlo assai più tardi, non alle elementari, quando mi fu inflitto il Sabato del villaggio, non alle medie, ma al ginnasio, e di nuovo per merito di mia sorella […] ma anche mi riportava dispense, come certe dispense da tempo di guerra di tal Natalino Sapegno, dedicate a connettere note sparse nello Zibaldone alle note precise degli idilli e di tutti i canti di Leopardi: dunque i poeti non è che si mettessero lì, tutti emozionati, a scrivere cose inaudite, ma attenti ascoltavano parole da usare.»3
«Non era la prima volta che sentivo la parola antifascista. Ho detto di Mario Themelly, allievo di Adolfo Omodeo. Nell’inverno del 1940 tra gli amici dei miei fratelli si sparse una voce: “All’università hanno distribuito dei manifestini antifascisti”.»4
Ti consiglio questo libro se: per lavoro o per semplice piacere, sorridendo con tutta la serietà necessaria, vuoi capire cosa accade quando un bambino entra in contatto per la prima volta con una parola, e la sua immaginazione, le contingenze, il contesto, rivestono quella parola di un primo significato; se anche nella tua memoria di giovane o adulto ci sono parole che, come segnapagina nella tua esistenza, ti chiedono di essere lette di nuovo e ascoltate con orecchie più mature; se, raggiunta una maturità, hai già sentito il significato di una parola cambiare nel tempo della Storia e della tua vita.
«La mia cultura botanica dell’epoca era, se possibile, inferiore a quella della media italiana. I fiori erano rose, garofani o generici fiori. O violette, acquisto lessicale recente: tornando in licenza Alex Nardi ne portò un mazzolino a mia sorella Rosetta. Gli alberi erano o platani (come quelli di certi vie del Vomero) o palme (come quella al centro di piazza Vanvitelli, la piazza principale del Vomero) o indifferenziati alberi. Non sapevo bene cosa fossero i ciclamini. Poi indagando con cautela, capii che sono fiori che crescono liberamente nei boschi, senza che nessuno li coltivi»5
L’incontro con la scrittura di Tullio De Mauro ti regalerà il piacere della parole scritte dopo averle ascoltate, con una punteggiatura così ben scelta da diventare una partitura naturale e inevitabile. La giusta misura, il giusto peso, l’equilibrio delle parti della narrazione, anche nelle sue zone emotive. Una scrittura da leggere ad alta voce come medicina che sostiene le lingua e il linguaggio, per articolare la propria voce delle parole, masticarle, e allenarsi al racconto, orale e scritto.
«un maestro giovane e simpatico. Fu lui ad accorgersi di una mia stupidata linguistica. L’inverno del 1940-41 fu un inverno gelido, a Napoli nevicò ripetutamente a lungo. A metà anno cominciò la guerra in Russia e venivano notizie di battaglie tra i ghiacci. Ci fu dato un tema sulla guerra in corso […] E a un certo punto dicevo che i nostri soldati stavano eroicamente combattendo dalle sabbie infuocate del deserto alle torride steppe gelate della Russia. Il giovane maestro quando ci restituì i temi corretti mi interpellò: “Torridi, ovviamente saranno i deserti”, disse. Scossi il capo, torride erano le steppe. Si mise a ridere, mi comunicò che torrido vuole dire caldo bollente e non si può riferire, quindi a steppe gelate. Cercò anche di capire come mi fosse venuto in mente un senso opposto. Mi vergognai di confessarlo.»6
Una piccola confidenza: tra le pagine che mi hanno fatto sorridere, nella prima metà del libro, il racconto dell’apprendimento della scrittura dei numeri – zero compreso – “nel breve raggio della lampadina che illuminava il tavolo, ginocchioni su una sedia tra i fratelli che studiavano e scrivevano”7.
1 Tullio De Mauro, Parole di giorni lontani, Il Mulino 2006, p. 71.
2 Ibi, p. 90.
3 Ibi, p. 40.
4 Ibi, p. 119.
5 Ibi, p. 122.
6 Ibi, p. 97.
7 Ibi, p. 60.



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