BLOG / La tua ciliegia mensile di comunicazione

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Tag: scrittura

  • Quando nascono le parole

    «Anche i miei fratelli concorrevano alla mia educazione letteraria. Paziente, mia sorella Rosetta passava ora a leggermi il “Corriere dei Piccoli”; ma anche di quello che stava studiando a scuola. Era innamorata di Pascoli […] Chi fosse questo Leopardi cominciai a scoprirlo assai più tardi, non alle elementari, quando mi fu inflitto il Sabato del villaggio, non alle medie, ma al ginnasio, e di nuovo per merito di mia sorella […] ma anche mi riportava dispense, come certe dispense da tempo di guerra di tal Natalino Sapegno, dedicate a connettere note sparse nello Zibaldone alle note precise degli idilli e di tutti i canti di Leopardi: dunque i poeti non è che si mettessero lì, tutti emozionati, a scrivere cose inaudite, ma attenti ascoltavano parole da usare3

    «Non era la prima volta che sentivo la parola antifascista. Ho detto di Mario Themelly, allievo di Adolfo Omodeo. Nell’inverno del 1940 tra gli amici dei miei fratelli si sparse una voce: “All’università hanno distribuito dei manifestini antifascisti”.»4

    Ti consiglio questo libro se: per lavoro o per semplice piacere, sorridendo con tutta la serietà necessaria, vuoi capire cosa accade quando un bambino entra in contatto per la prima volta con una parola, e la sua immaginazione, le contingenze, il contesto, rivestono quella parola di un primo significato; se anche nella tua memoria di giovane o adulto ci sono parole che, come segnapagina nella tua esistenza, ti chiedono di essere lette di nuovo e ascoltate con orecchie più mature; se, raggiunta una maturità, hai già sentito il significato di una parola cambiare nel tempo della Storia e della tua vita.

    «La mia cultura botanica dell’epoca era, se possibile, inferiore a quella della media italiana. I fiori erano rose, garofani o generici fiori. O violette, acquisto lessicale recente: tornando in licenza Alex Nardi ne portò un mazzolino a mia sorella Rosetta. Gli alberi erano o platani (come quelli di certi vie del Vomero) o palme (come quella al centro di piazza Vanvitelli, la piazza principale del Vomero) o indifferenziati alberi. Non sapevo bene cosa fossero i ciclamini. Poi indagando con cautela, capii che sono fiori che crescono liberamente nei boschi, senza che nessuno li coltivi»5

    L’incontro con la scrittura di Tullio De Mauro ti regalerà il piacere della parole scritte dopo averle ascoltate, con una punteggiatura così ben scelta da diventare una partitura naturale e inevitabile. La giusta misura, il giusto peso, l’equilibrio delle parti della narrazione, anche nelle sue zone emotive. Una scrittura da leggere ad alta voce come medicina che sostiene le lingua e il linguaggio, per articolare la propria voce delle parole, masticarle, e allenarsi al racconto, orale e scritto.

    «un maestro giovane e simpatico. Fu lui ad accorgersi di una mia stupidata linguistica. L’inverno del 1940-41 fu un inverno gelido, a Napoli nevicò ripetutamente a lungo. A metà anno cominciò la guerra in Russia e venivano notizie di battaglie tra i ghiacci. Ci fu dato un tema sulla guerra in corso […] E a un certo punto dicevo che i nostri soldati stavano eroicamente combattendo dalle sabbie infuocate del deserto alle torride steppe gelate della Russia. Il giovane maestro quando ci restituì i temi corretti mi interpellò: “Torridi, ovviamente saranno i deserti”, disse. Scossi il capo, torride erano le steppe. Si mise a ridere, mi comunicò che torrido vuole dire caldo bollente e non si può riferire, quindi a steppe gelate. Cercò anche di capire come mi fosse venuto in mente un senso opposto. Mi vergognai di confessarlo.»6

    Una piccola confidenza: tra le pagine che mi hanno fatto sorridere, nella prima metà del libro, il racconto dell’apprendimento della scrittura dei numeri – zero compreso – “nel breve raggio della lampadina che illuminava il tavolo, ginocchioni su una sedia tra i fratelli che studiavano e scrivevano”7.



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